Wednesday, November 26, 2014

Confessioni di uno spacciatore di derivati

http://goodmorninglido.blogautore.espresso.repubblica.it/2014/11/24/confessioni-di-uno-spacciatore-di-derivati/?ref=HEF_RULLO

24 nov                       
MasterUniverseDocu“Mi affascina come per trovare 100 o 200 milioni di euro per investimenti nella cultura ci vogliono anni di dibattito, ma 100 o 200 miliardi per rifinanziare le banche si trovano in un week-end”. La considerazione suonerebbe un po’ banale se a dirla, con un profondo senso di amarezza, non fosse Rainer Voss, 55 anni, ex trader tedesco per anni operativo ai massimi livelli per le più importanti banche di investimento a Francoforte. Voss è il protagonista del documentario, difficile ma necessario, intitolato Master of the Universe, in uscita il 27 novembre al cinema e visibile anche sulla piattaforma Mubi.com. In un’intervista-confessione di un’ora e mezza, Voss ripercorre lucidamente 35 anni di carriera, iniziata con grande entusiasmo e speranze di successo, all’inizio dell’epoca in cui il mondo virtuale dei prodotti finanziari e degli algoritmi pensati per generare ricchezza si è affiancato al mondo dei valori reali, prima di fagocitarlo del tutto. E non fa sconti, né a se stesso, né ai datori di lavoro per cui si è trasformato da promettente impiegato di banca in abile spacciatore di derivati. Gli stessi derivati che hanno fatto esplodere la bolla immobiliare dei subprime e che sono diventati un prodotto incontrollabile, talmente diffuso e pericoloso da essere come un virus. Non è colpa della deregulation, dice Voss, arrivata dagli Usa nell’era dei governi Reagan e Thatcher, ma di come, complice l’utilizzo dei computer e l’ipervelocità disumana delle transazioni, questi strumenti originariamente dotati di una “morale”, siano sfuggiti letteralmente di mano a chi li creava, diventando “amorali”, finalizzati a un profitto cieco delle possibili conseguenze. “Venti anni fa le azioni si tenevano nel proprio portafoglio in media per un periodo di 4 anni”, spiega Voss in una delle sue agghiaccianti considerazioni “oggi soltanto per 22 secondi. Ma se l’azione rappresenta l’interesse che l’investitore ripone in una società, che senso ha un interesse che dura 22 secondi?”.
Naturalmente Voss non fa sconti alla propria categoria, “perché la responsabilità è sempre delle persone e non delle società”. Allettato, come tanti altri colleghi, da ricchi guadagni, si è infilato in un percorso senza ritorno, professionale e familiare. Le banche, spiega Voss, ti assumono perché sei bravo a creare e vendere derivati, poi ti isolano sempre più in un ambiente frequentato solo da persone che fanno la tua stessa professione, e così finisci per parlare solo del tuo lavoro, e complice la spropositata ricchezza che stai accumulando, ad avere sempre meno in comune con i tuoi veri amici, che sono rimasti sprofondati nell’anonimato della classe media. Vedi sempre meno i tuoi figli per i continui viaggi intorno al mondo, e con una automobile che costa più di una casa, pensi che ormai tua moglie non sia più intonata alle cravatte da centinaia di dollari che indossi, e alla fine ti ritrovi solo, poco prima che la banca, ovvero l’unica famiglia che ti era rimasta, ti dia il benservito, proprio come è accaduto a Voss, perché a 55 anni c’è un trader molto più giovane, dinamico e affamato di te pronto a rimpiazzarti. In un passaggio del film, che inserisce alcune clip di scandali relativi al mondo della finanza, la professione viene paragonata non a caso a quella della prostituta, costretta a vendersi per il profitto di un pappone che qui siede in un consiglio di amministrazione e resterà impunito ad ogni retata della polizia.
A descrivere bene il senso di sconfitta esistenziale che riecheggia nelle parole di Voss pensa il regista Marc Bauder, che decide di ambientare il suo lungo racconto nei locali di una ex banca d’affari situata in un grattacielo di Francoforte: le sale riunioni abbandonate e gli immensi stanzoni vuoti, che un tempo erano affollati da migliaia di trader, e dalle cui finestre si vedono analoghi giganteschi alveari di vetro e cemento ancora in attività, descrivono bene la parabola personale e collettiva legata al precipitare degli eventi del mondo della finanza, che appare come il treno fuori controllo del film A trenta secondi dalla fine. Il documentario è attualissimo perché non solo rappresenta uno spaccato di quell’universo un tempo relegato ai notiziari specializzati e di cui ormai si sente più spesso parlare nei telegiornali della sera, ma perché affronta senza sconti il problema della crisi economica mondiale ed europea. Con rivelazioni shock, quando a dirle è un “insider” come Voss.
Dallo spaccio di derivati alle amministrazioni locali, che hanno finito per indebitarsi con spericolate operazioni finanziarie, come spiega il testimone privilegiato, si è passati in breve tempo a speculare sul debito degli Stati. Per Voss la questione dei bond di Stato è riconducibile a prodotti speculativi e a business model come altri, forse solo più remunerativa, e che è stata provata prima sull’economia greca, quasi fosse una sperimentazione su una cavia da laboratorio, e poi via via su nazioni più potenti, quali il Portogallo, la Spagna, l’Italia e l’Olanda. “C’è talmente tanto denaro in circolazione” spiega Voss “che oggi si può mettere tranquillamente in ginocchio l’economia di uno Stato. Il profitto potenziale è smisurato e molti hanno un interesse politico nel crollo dell’Euro”. La frase più raggelante arriva quando Voss predice che il prossimo bersaglio sarà la Francia e che quando questo accadrà l’Unione Europea non potrà fare più nulla per evitare il tracollo delle istituzioni comunitarie e della moneta unica. Game over, solo che a pagare saranno come al solito i cittadini.
Si può dunque imparare dagli errori e sperare in un futuro migliore? Su questo Voss è pessimista, pur lasciando aperta una possibilità: “Il problema è che tutto questo non cambierà le cose. Le banche faranno nuove pubblicità in cui promuovono un’immagine più responsabile per il futuro, ma non è così. Perché è la solita storia: più grosse sono le stronzate che fai, più corpose saranno le tue brochure che parlano di responsabilità sociale. E invece basterebbe che domani un banchiere dicesse che chiunque speculi su prodotti finanziari di Stato verrà licenziato. E presto tutte le altre banche sarebbero costrette a seguirlo”. Certo, forse basterebbe.

Due uomini...africani...

Oggi sono cosi frustrata e incazzata...

Ancora non riesco a capire come poter aiutare una persona che e' in un casino perche' africano fuori dall'Africa, che da skype si riaffaccia una vecchia conoscenza e la sua tragedia (personale e del suo paese) di africano intrappolato nell'Africa dell'ebola...

...e un mio collega mi dice che un ministero qui chiede il nostro supporto per vedere come meglio spendere 900.000$ di un grant in tre mesi per uno studio sulla vulnerabilita...

...ma dico, posso mai non essere incazzata nera furiosa?!


Un uomo

Racconto quello che ho visto, lo racconto perché mi ha colpito e commosso.
Una musica dolcemente malinconica si diffondeva e s’insinuava tra le vie semideserte del borgo creando un’atmosfera dal sapore nostalgico di tempi passati.
Un uomo con una fisarmonica camminava lentamente suonando melodie sconosciute.
Si avvicinava alle porte delle case sperando in un qualche gesto di generosità, ma le porte non si aprivano, le tende non si spostavano e le finestre sembravano sigillate come a voler difendere gli abitanti dal resto del mondo.
O il resto del mondo dagli abitanti.
Quando arrivò davanti al piccolo supermercato, si fermò.
Continuava a suonare una musica che solo lui conosceva, non chiedeva niente, sperava e basta.
I lineamenti del suo viso, il colore della sua pelle e quella musica sconosciuta dicevano chiaramente che non era del posto, che arrivava da paesi lontani, che non era “dei nostri”.
Ma un Uomo è un Uomo, da qualsiasi parte del mondo provenga.
E la gente che usciva dal negozio lo schivava e lo ignorava, per loro Lui non esisteva.
Credo non ci sia niente di peggio che sentirsi invisibili agli occhi della gente, eppure, per Lui, doveva proprio essere così.
Lui e la sua musica non esistevano.
La porta automatica si aprì per l’ennesima volta lasciando passare un’anziana signora che tirava faticosamente una borsa con le ruote.
L’anziana signora lo vide, e sentì anche la sua musica, gli si avvicinò.
La musica si fece più leggera, i due parlarono per qualche minuto.
La signora prese un borsellino dalla tasca del cappotto ed allungò una moneta al suonatore.
Lui la guardò, fece un sorriso e con mano incerta le fece capire che non voleva nulla.
Chissà cosa si erano detti, chissà chi dei due aveva più bisogno di qualche cosa.
Si allontanarono per strade diverse, col sorriso sulle labbra e gli occhi umidi di uno strano riflesso.
Si allontanarono soli e poveri come prima, ma sicuramente con qualche cosa di più nel cuore.
Un Uomo è un Uomo.
Giovanni Perlini
Oggi propongo la delicata esperienza inviataci dal signor Perlini invece dell’ennesima interpretazione sui risultati elettorali. Un po’ così, un po’ per non soffocarci di politica.

Scritto martedì, 25 novembre, 2014 alle 07:14 nella categoria Lettere e risposte. Puoi seguire i commenti a questo post attraverso il feed RSS 2.0. Puoi lasciare un commento, o fare un trackback dal tuo sito.

3 commenti a “Un uomo”

  • guido buonomo scrive:
    Chi può capire un povero meglio di un povero?
  • Conodombra scrive:
    Se questo è un Uomo.
  • V. Maria M. scrive:
    La musica.
    Chissà cosa prova il suonatore, quando accarezza i tasti o pizzica le corde del suo strumento.
    Lo vediamo spesso ad occhi chiusi, l’espressione lontana, come fosse in un altro mondo.
    Ed in un altro mondo ci porta, con le melodie che sparge intorno a sè.
    Mi sono sempre chiesta come faccia a tirar fuori da uno strumento tanta meraviglia, io che con le mani non so fare nulla.
    E lo invidio.
    Lui con le mani sa far sognare, tanto che i sogni sembrano veri.
    Sa unire la gente, quella più diversa, quella più lontana.
    Non c’è competizione fra gli ascoltatori, si ascolta, ci si commuove, ci si diverte. Tutti assieme.
    A teatro, negli stadi, per la strada.
    Chissà cosa si sono detti, il suonatore e l’anziana signora.
    Qualsiasi cosa fosse, ha strappato ad entrambi un sorriso.
    Qualsiasi cosa fosse, era una cosa buona.
    V. Maria M.

  • WE


    Friday, November 21, 2014

    Quanto puo' essere frustrante...

    ...provare a organizzare delle vacanze quando internet non funziona...?!

    ...e la tua scrivania e' un disatro...

    ...e soprattutto hai avuto ancora una brutta notizia...e sai che la vita di qlcn e' ancora e rischia di restare chiusa in una cella essenzialmente perche' e' un cittadino del mondo di serie D... :(

    Italia vs RDC...latte in polvere e linciaggi...

    due articoli sulla stampa italiana di oggi mi fanno accostare l'Italia alla RDC...

    Qui c'e' un annoso problema con l'allattamento (esclusivo) al seno, e le grandi multinazionali di latte in polvere ne sono co-responsabili...

    Quando si guida nelle zone rurali e' un incubo...spunta sempre di tutto inaspettatamente...se dovesse esserci un incidente le reazioni potrebbero essere imprevedibili...ma come sorprendersene quando lo stesso succede in Italia?

    wow...dovro fare 2 settimane di aggiornamenti sugli eventi culturali offerti da Kin la belle...


    Friday, November 7, 2014

    ARC EN CELLO

    Concerto bellissimo!!!

    L'esperienza unica di un quartetto di violoncelli, sopratutto considerando che siamo a Kinshasa!
    Le musiciste davvero brave, un'interessante selezione dei pezzi che hanno eseguito, una grande professionalita' nonostante la sfida del calore aggravato dale luci del palco...
    Molto bella la complicita' che e' emersa man man che il concerto ha raggiunto il suo apice ed ha poi cominciato a volgere verso la fine, con i sorrisi di incoraggiamento e felicitazione che sempre piu' spesso le musiciste si scambiavano alla fine dei pezzi eseguiti. E il pubblico ha davvero apprezzato!

    Kin la belle, sempre ricca di sorprese...
     
    ARC EN CELLO
                                       
    Mercredi 05 Novembre 2014 / 19 h 00 / Grande halle / 2 000 FC
    C'est au Conservatoire de Nice que les quatre jeunes musiciennes se rencontrent, dans la classe de violoncelle de Frédéric Audibert et de Guillermo Lefever. Elles découvrent alors le plaisir de la musique d'ensemble, le sens du partage, l'émulation artistique, mais aussi une belle et forte amitié autour d'une même passion pour le violoncelle. Le quatuor «Arc en Cello» devient alors une évidence et une nécessité. Avec le violoncelle pour seul prisme de leurs émotions, les quatre jeunes musiciennes d'«Arc en Cello» mêlent les styles et les époques, autour d'un programme varié et plein de surprises.